Coronavirus, la cultura è in crisi.

Pamela Naomi Pederzani 16 Aprile 2020

Coronavirus, la cultura è in crisi.

La crisi che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova tutto il comparto produttivo del nostro Paese. 

In particolare, il mondo della cultura sta vivendo una situazione di apparente paralisi: musei chiusi, mostre sospese o cancellate, monumenti sbarrati, cinema sotto chiave, produzioni interrotte, spettacoli teatrali rimandati. Tutto questo provocherà nel prossimo futuro enormi danni, e dal Governo non arrivano le risposte sperate. Non si riesce, infatti, a definire una data di riapertura per questo genere di attività, e tutto ciò lascia l’intero settore della cultura in un’incertezza preoccupante.

L’impatto economico è, ovviamente, pesante: gli incassi delle biglietterie sono azzerati, l’acquisto di libri è diminuito, le promozioni si sono fermate. Il canale digitale cerca anche in questo caso di arginare i danni: laddove è possibile, si cerca di far continuare le proprie attività sui canali online, ma la situazione resta pesante. Nascono una serie di iniziative positive da parte degli attori culturali, che improvvisano concerti nelle proprie case, rendono accessibili archivi, permettono di effettuare visite virtuali nei musei: tutto gratuitamente, come forma di solidarietà a tutti i cittadini.

Non è facile quantificare le ricadute della pandemia sull’economia della cultura. Alcune cifre, però, ci aiutano a comprendere meglio la situazione: almeno 30mila (ma il numero è sottostimato) lavoratori che ruotano intorno al sistema di gestione e visita del patrimonio museale e che usufruiranno degli ammortizzatori sociali; 18.600 titoli di libri che nel 2020 non saranno pubblicati e quasi 40milioni di copie che non saranno stampate; mercato discografico in calo del 60%, circa 110 milioni di euro di incassi al botteghino delle sale cinematografiche che verranno meno (più gli investimenti stranieri che rischiano di saltare) solo per marzo/aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Sono dati che danno un’idea dell’impatto negativo del Coronavirus sulla cultura, che provocherà nel prossimo futuro enormi danni.

Nelle ultime settimane, Federculture ha inoltrato al ministro dei Beni culturali un appello per la costituzione di un fondo a sostegno delle imprese culturali, che si avvia a raggiungere le 2.000 firme, insieme all’elenco delle sottoscrizioni, provenienti da tutti i principali esponenti del comparto della cultura, accompagnato da una lettera in cui si rinnova la richiesta di un’ulteriore attenzione rispetto alla crisi che il settore sta vivendo e che rischia di comprometterne a lungo la vitalità. All’appello non manca praticamente nessun museo, nessuna organizzazione, fondazione associazione, federazione tra quelli che rappresentano il variegato mondo della gestione e della produzione culturale nel nostro Paese. 

IL MERCATO DELLA MUSICA

Per quanto riguarda il mercato della musica, la crisi ne colpisce tutti i settori: lo streaming, per la mancanza di nuove uscite, i concerti, tutti cancellati, ed infine la vendita di cd e vinili.

Negozi e catene di intrattenimento chiuse, molte pubblicazioni rimandate già a dopo l’estate e sale di registrazione inaccessibili offrono un quadro potenzialmente molto negativo.

Tiziano Ferro, in collegamento con la trasmissione “Che Tempo Che Fa”, lancia l’allarme sui concerti nella stagione del Coronavirus: “Ci servono risposte e impegno sul programma dei concerti”, ma in Rete non mancano le critiche, considerando inopportune le parole del cantautore. Ciò di cui non ci si rende conto è, però, che dietro ad un concerto non c’è solo la popstar, ma anche migliaia di lavoratori autonomi che non sanno quando potranno riprendere a lavorare.

I TEATRI

Un altro grido di allarme viene lanciato da attori, registi, scenografi, e tutte le personalità che ruotano attorno al mondo dei teatri: “Per lo Stato siamo inesistenti, riapriremo per ultimi”. La chiusura dei teatri ha condannato il 90% dei lavoratori ad uno stop forzato, e, non potendo immaginare ancora quando avverrà la loro riapertura, la situazione potrebbe diventare davvero drammatica. Migliaia di professionisti lavorano da anni, in silenzio, nei teatri italiani di prosa e lirica, ed ora sembrano essere diventati invisibili ed inesistenti per il Governo. Un ulteriore possibile problema riguarda ciò che succederà in seguito alla fine della Pandemia: anche se le misure di contenimento dovessero attenuarsi o essere persino cancellate, infatti, non è detto che le persone saranno disposte a chiudersi in uno spazio chiuso con altre mille persone, sedendosi accanto a sconosciuti e rischiando di essere nuovamente esposti al virus.

Il Governo, intanto, ha inserito nel decreto Cura Italia un fondo di 130 milioni di euro dedicato interamente al mondo dello spettacolo. Ma questo, forse, non basta.

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